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COLLANA: Saggi
Autore: Aurelio Scirè
Illustrazione di copertina: Maurizio Vetri Formato: 15x21 cm - brossura -360 pagine Prima edizione: Luglio 2025 isbn 979-12-81306-47-7 Prezzo di copertina: Euro 25,00
Prefazione “Colomba” è un’opera straordinaria che richiede un lettore straordinario. Un lettore capace di trovarsi a proprio agio fuori dai recinti dell’ordinario senso comune e delle ortodossie dominanti e disposto, ancorché alla ricerca della Verità, ad alimentarsi di dubbi piuttosto che di certezze. Un lettore che voglia e sappia comprendere e che non vesta a priori i panni del critico verso le considerazioni eterodosse qui avanzate, e la descrizione di entità e piani di realtà che vanno oltre le consolidate credenze religiose e scientifiche, che pretendono di fissare una volta per tutte le colonne d’Ercole del mondo e della rappresentazione che ce ne diamo, ma un lettore che sia consapevole che il senso e la verità dell’esistenza rimangono sempre al di là degli schemi mentali a cui ognuno di noi aderisce. Un lettore che non punti l’indice accusatore contro un punto di vista diverso dal proprio - queste pagine non sono un social – senza aver riflettuto a sufficienza che il proprio punto di vista, nell’era della comunicazione globale, potrebbe essere quello omologato dell’ordinario, di quella forza cioè che riporta all’ordine e quindi all’eterna ripetizione dell’eguale, in definitiva al conformismo di massa. Un libro non per tutti dunque, ma prezioso per i sinceri cercatori di senso e significato, problematici, disposti alla ricerca interiore e al dialogo sincero con sé stessi e al confronto onesto con queste pagine. Questo sorprendente libro che potremmo definire per approssimazione saggio o diario autobiografico o breviario spirituale, è un’opera sui generis, che sfugge in effetti a ogni tentativo di classificazione, in quanto spazia dalla letteratura alle religioni, interseca la filosofia, evoca l’antropologia, interroga la psicologia mentre ascolta la mistica e, attraversando con spirito nomade l’ambientalismo, compulsa l’esoterismo e i messaggi astrali dei maestri celesti, tessendo con il rigore e la lucidità dell’argomentazione unite con l’apertura del cuore un nocciolo unico, esteso e coerente di verità, il cui approdo non rientra in nessuna di queste discipline specifiche, ma si avvale del concorso di tutte. Disparate sono le influenze culturali e le esperienze vissute che entrano in gioco nella stesura del testo ma la trama e l’ordito della narrazione sono espressione di un pensiero autentico e personale, tempratosi nella tensione continua di connettere e risolvere la drammaticità della condizione esistenziale in una pacificante dimensione onnicomprensiva. Nella ricerca di questo agognato approdo che, Solo, può sciogliere i nodi aggrovigliati della propria esistenza, lo scrittore si è esposto in prima persona, denudato, disvelato nella sua intimità, senza filtri o controluce che attenuassero la crudezza delle scene interiori evocate nello sforzo di venire a capo di sé stesso, rendendoci così testimoni della sua ricerca e beneficiari del dono della sua humanitas. Non solo testimoni però. Già dalle prime pagine infatti ci invita a interagire in un colloquio immaginario eppur reale: “Caro lettore sono certo che anche tu... in seguito alle più svariate circostanze della vita, sia stato indotto a interrogarti su alcune questioni... alle quali hai disperato forse di trovare una risposta convincente ed esaustiva... forse anche tu, come me, ti sentivi allora trasportato in un mondo, chissà dove esistente, tutto intessuto di amore e di bellezza... poi crescendo hai smarrito la familiarità con queste tue dorate fantasie e l’amara e a volte traumatica presa di contatto con la durezza e le tante brutture della vita ti ha indotto a sorridere di esse e a giudicarle come delle fatue, ingenue, innocenti e inconsistenti illusioni.... Oggi, mio caro lettore, viviamo in tempi alquanto inquietanti, nei quali la vita e la sopravvivenza di tutti noi, e persino del pianeta che ci ospita, appaiono drammaticamente in bilico....” Con queste ricorrenti domande lo scrittore chiede al lettore di trasformare la lettura del suo monologo in un dialogo liberatorio del vissuto di entrambi attraverso lo scioglimento delle resistenze interne e l’oltrepassamento delle ordinarie certezze ma soprattutto, attraverso il reiterato interrogarci, ci invita a deporre il ruolo passivo dello spettatore per relazionarci in maniera attiva e partecipata lungo i sentieri del suo itinerario. Ecco perché ci vuole un lettore straordinario! Lo scritto, come è ormai chiaro, è il risultato di un percorso di ricerca interiore che ha coinvolto in prima persona l’autore che non affronta in astratto un discorso teorico sul senso dell’esistenza nascondendo sè stesso, ma lo genera a partire dal Sé più intimo e dolente. Quante volte, anche noi, abbiamo avvertito il bisogno di una terapia dell’anima per scrollarci il malessere, la nausea dell’esistenza e il dolore? E quante volte abbiamo disertato da noi stessi o abbracciato idoli, feticci, sostituti di ciò che veramente cura! Aurelio, il nostro autore, da sempre, o almeno da quando lo conosco, è stato un’anima assetata di Assoluto, un inattuale quindi, che non si arrende al nichilismo imperante, ma che da questo anelito è stato portato a sovrainvestire in tutto ciò che di quell’Assoluto gli pareva sembianza: l’amicizia, l’amore, lo studio, la politica, per ritrovarsi il più delle volte amaramente deluso, come tutti d’altronde, ma in lui la delusione, per quel surplus di investimento, è stata più cocente e sorella di tante altre. In questo retroterra matura “Colomba” che dà corpo all’esigenza di un volo per sconfiggere la pesantezza della gravità che tarpa le ali, per dare un corso al vivere in un momento di cambiamento e incerte prospettive, un progetto che però comporta un alto prezzo: ri-incontrare la sofferenza e il dolore sperimentati e tralasciati, rivedere le fragilità e le carenze del proprio vissuto, iniziare una discesa agli Inferi che porta dentro la propria tenebra, ma che alla fine potrà generare attraverso progressive conquiste un potenziale di auto-guarigione scandito nelle tappe del ricordo di sé, dell’accettazione, del perdono, dell’alchimia del desiderio, della comprensione infine, ovvero l’operoso e sapiente intelligere dell’amato Spinoza, che intimava di non lasciarci vincere né dal pianto né dall’ira ma di comprendere per liberarci così dalla schiavitù delle passioni ed essere causa adeguata del nostro vivere. Le fonti d’ispirazione letterarie, religiose e filosofiche che agiscono e operano nel testo sono molteplici ma sapientemente rielaborate e integrate in una visione coerente e personale affinatasi nel tempo attraverso letture, incontri, esperienze e pratiche di diverso genere. Dopo una lunga gestazione interiore questo contenuto, in costante lievitazione, chiede adesso di essere portato all’esterno. La poesia, inaspettatamente, prorompe e fluisce dal fondo dell’anima, vince le resistenze, smussa le asperità, scioglie le obiezioni, sommerge le contraddizioni, avvolge le puntualizzazioni, parla da sé, inconsapevolmente, irresistibilmente, per portare alla dorata luce della conoscenza le nascoste perle custodite nello scrigno. “Colomba” è il canto e il racconto di un viaggio nell’anima che evoca il biblico “Cantico dei Cantici”, emblematica espressione del sentimento amoroso che attraverso la metafora dell’erotismo sensuale veicola una arcana Sophia che eleva per gradi all’eros celeste e quindi a Dio. Già da questa iniziale fonte di ispirazione che sfocia nel primo intenso componimento poetico si rivela l’impalcatura di fondo dell’opus intero ed emergono le due figure fondamentali del “mendicante d’amore” e della “fiamma gemella”. Le due figure in origine complementari, distinte ma non separate, costituivano un’unità androgina all’interno della quale il polo maschile e il polo femminile stabilivano un rapporto simbiotico senza però annullare la distinzione. L’uno conteneva il due e il due si risolveva nell’uno. Quando però la separazione prevalse sulla distinzione rompendo l’unità originaria, le due anime si dispersero e da quel momento in poi la parte maschile, il mendicante d’ amore, va cercando l’altra metà, la fiamma gemella, la sposa-sorella. Il mito di Orfeo ed Euridice, richiamato per l’evidente affinità, spinge questa spasmodica ricerca del mendicante d’amore Orfeo, tesa a riavere la perduta fiamma gemella Euridice, sin nel regno dei morti. L’esito infelice di questo tentativo adombra il fatto che la sospirata ricongiunzione con la parte complementare per ricomporre l’agognata androginia perduta si svilupperà lungo un travagliato arco di ripetute incarnazioni che potrà avere fine solo quando l’anima, attraverso un’opera di perfezionamento spirituale, si sarà purificata dalla colpa originaria - questo è il nucleo centrale dell’antica religione misterica dell’Orfismo – solo allora il mendicante d’amore potrà ricongiungersi con l’anima gemella. Questa costellazione di elementi mitici, misteriosofici e soteriologici propri dell’Orfismo e del pitagorismo viene riassorbita e filosoficamente rielaborata da Platone che dalla perdita traumatica dell’unità simbiotica originaria farà discendere un tratto essenziale dell’amore: il sentimento della privazione. Colui che ama cerca ciò di cui è privo, quindi l’amore è mancanza e privazione. La matrice platonica del mito dell’androgino ha finito per costituire un archetipo, come lo definisce Carl Gustav Jung, dell’inconscio collettivo occidentale, ma è rimasto anche un topos costante della riflessione filosofica, attraverso il “Simposio” e il “Fedro” e nella successiva tradizione neoplatonica. Se nel mito platonico è Zeus , invidioso della felicità degli androgini, a separarli con un netto taglio di spada, nel pensiero antico, del tardo antico e del medioevo è proprio eros, il mendicante d’amore, che muovendo dall’amore per la bellezza sensibile e mai pago di essa, sale i gradi della scala d’amore che lo condurrà alla ricongiunzione con l’agognata fiamma gemella per approdare, per suo tramite, al divino mondo delle Idee o all’Uno plotiniano, il sovrabbondante πληρωμα, da cui promana la molteplicità e il mondo materiale. Nelle “Enneadi” Plotino descrive la vita di quaggiù come caduta, perdita d’ali, dimenticanza di sé, terra d’esilio, da dove l’anima, richiamata da una struggente nostalgia metterà infine ali, simile in ciò alla “colomba”, per ricongiungersi estaticamente all’Uno da cui ha avuto origine, grazie alla potenza elevatrice dell’eros e al toglimento di ogni alterità separatrice e quindi al distacco da ogni attaccamento o desiderio terreno o egoico. Ma anche nel mondo cristiano medievale l’itinerario del ritorno a Dio non è solo impresa della mente, ché risulterebbe inadeguata, ma anche del cuore, e dunque ancora di nuovo dell’amore come accade nella tradizione poetica dei trobadours provenzali che si dipana dall’XI al XIII sec. nella forma dell’amor cortese, così chiamato, perché nobilita l’animo dell’uomo e ne promuove l’elevazione spirituale. Sotto lo stesso segno la vena ispiratrice della scuola poetica siciliana e poi del toscano Stil novo, che possiamo già chiamare italiano, che giunge a piena maturazione con la sublime poesia dantesca nella figura “angelicata” di Beatrice, la guida celeste che conduce il poeta alla visione beatifica del Paradiso. L’immagine della Colomba, paradigma poetico del sentimento amoroso che trova appagamento nella fusione corporea e poi spirituale che sublimata restituisce la parte al tutto - più volte ripresa in quest’opera, essendone una delle chiavi interpretative più rilevanti - rappresenterà nella riflessione filosofica successiva un secondo significato, antitetico però a quello già accennato dell’eros platonico. Il volo della Colomba nella prospettiva antimetafisica di Immanuel Kant è il simbolo dell’impossibile tentativo del pensiero umano di evadere dai limiti del finito e della sensibilità. La pretesa di poter volare più speditamente in assenza dell’aria si rivelerebbe ben presto erronea dal momento che l’aria più che rappresentare un ostacolo al volo ne è la condizione immanente e necessaria togliendo la quale la colomba precipiterebbe immediatamente al suolo. Da qui l’impossibilità per l’uomo di elevarsi a Dio e trovare risposte alle domande metafisiche che promanano dalle istanze più profonde del proprio essere. Siamo a un punto cruciale della ricerca che si dipana in queste pagine. Quanto sinora descritto non è che un tentativo di rinvenire, sia pure in maniera sintetica e rapsodica, il complesso di idee, ossia le matrici filosofiche che presiedono alla gestazione del testo, un testo che all’esordio nasce in forma poetica e quindi per diversi aspetti ignoto all’autore stesso, che si è limitato a “prendere nota” di quello spontaneo e potente fluire di immagini, di passioni, di sentimenti e di ricordi che chiede di essere portato alla luce della coscienza perché catarticamente se ne riappropri. Enunciato in termini più semplici e immediati, il problema che aleggia e fa capolino nella mente dell’autore e, credo, anche del lettore è simile a quello che si poneva, con grande onestà, Kant: la ricerca di risposte agli interrogativi fondamentali che l’umanità si è posta, il bisogno di Assoluto così profondamente radicato in noi, può essere legittimamente appagato con risposte che abbiano valore epistemico, che assumano cioè il valore di verità incontrovertibili? Rispondendo negativamente a questa domanda Kant liquidava la metafisica o, per essere più precisi, negava la sua pretesa di valere in campo teoretico come verità indiscutibile, ma vaticinava che l’istanza metafisica non si sarebbe comunque estinta e sarebbe costantemente riapparsa in forme diverse. Le domande fondamentali dell’uomo non sono di pertinenza della scienza ma appartengono strutturalmente alla sfera della morale e del sentimento integrate dal pensiero, cioè del volere, dell’amare, del conoscere che sono qualità umane e non leggi matematiche. Da posteri non possiamo dare torto a Kant allorquando diveniamo consapevoli che anche lo sviluppo sempre più rapido delle scienze che aspiravano ad essere la forma autentica e definitiva dell’episteme (etimologicamente: ciò che stando sopra- alla luce del sole- non può essere negato), come ci ha insegnato il compianto Emanuele Severino, le ha costrette a prendere atto della limitatezza del loro orizzonte che taglia fuori le questioni etico-esistenziali e di senso fondamentali per la vita dell’uomo alle quali non possono dare alcuna risposta. Come pure hanno dovuto prendere atto di non essere libere ma condizionate dal loro crescente asservimento alla tecnologia che, a sua volta, obbedisce a logiche produttivistiche e di mercato, a logiche calcolatrici che hanno esteso a tutto il mondo l’organizzazione tecnico-scientifica per massimizzare lo sfruttamento dell’uomo e del pianeta. E infine hanno dovuto riconoscere di essere solo provvisoriamente vere o di esser vere entro certi limiti e non in assoluto. E tuttavia anche nella civiltà nichilistica contemporanea rinasce l’esigenza della ricerca di vie d’uscita dalla desertificazione di senso e di valori in assenza dei quali non solo è tramontata la credenza in ogni prospettiva extramondana, ma anche le più elitarie e prestigiose possibilità di autorealizzazione nelle società odierne, nella generale alienazione dei rapporti umani, sono svilite e prive di autentico valore che non sia quello del vile denaro, il vitello d’oro di un’umanità che s’avvicina sempre di più all’orlo del baratro. Nella mezzanotte del mondo, nel momento del massimo pericolo, cresce silenziosamente anche ciò che salva e che potrà fecondamente operare solo quando il noli foras ire e il redi in te ipse, da massime della tradizione greco-cristiana, ma universalmente presenti in altre culture, diventeranno imperativi categorici. Non sappiamo quando, ne quanti lo faranno, sappiamo però che, ormai da tempo, un’umanità delusa dalle pratiche esteriori delle diverse e tra loro concorrenti fedi, disillusa nell’aspettativa delle decantate ”magnifiche sorti e progressive”, disincantata ormai verso le moderne fedi nel progresso, tradita nella promessa del benessere e della crescita continua, ferita dalla mancanza di giustizia, aspira a un’esistenza più autentica, rispettosa della verità, basata sulla solidarietà e sull’amore. “Colomba” è anche il risultato di questa età dell’irresponsabilità e ci suggerisce un possibile rimedio nel rinvenire le tracce e le orme che da remote epoche ai nostri grotteschi giorni i grandi spiriti hanno lasciato. Lungo questi itinerari culturali ed esistenziali che, intersecandosi, hanno dato luogo a incroci che, come vere e proprie sinapsi, hanno connesso reti e aperto nuovi sentieri che sembravano interrotti, si è lungamente avventurato l’autore mettendoci a disposizione i risultati delle sue navigazioni. Il diario di bordo di questo inquieto peregrinare ci conduce tra religioni, filosofie, gruppi di autocoscienza antroposofica, o di psicosintesi, di Reiki o alla pratica del Surya Yoga del Maestro Omraam Mikhael Aivanhov o ai gruppi di guarigione spirituale di Bruno Gröening, ci racconta della lunga relazione, quasi un discepolato, intrattenuta con Eugenio Siragusa, il messaggero degli Esseri di Luce. Tappe e figure tra le quali ciascun lettore potrà ritrovare momenti della propria ricerca, delle proprie prove di volo, talvolta di paracadutismo, tra rimpianto e felicità per avere osato o per essersi fermato. Al lettore attento non mancherà di cogliere il decisivo contributo del pensiero di grandi maestri come P.D.Ouspensky, G.Ivanovic Gurdijeff, Rudolf Steiner, Paramahansa Yogananda, Bagwan Rajneesh o dei grandi mistici, riproposti meritoriamente da Marco Vannini, come Meister Eckhart, Margherita Porete, Simone Weil, Edith Stein; un’Arca di libri, non sembri irrispettoso, per salvare il mondo dal diluvio prossimo venturo. Un’altra peculiarità di quest’opera originale, che non può essere tralasciata in questa prefazione, è rappresentata dalla scrittura che si avvale di un doppio registro linguistico, l’impiego combinato dell’espressione poetica e della prosa. Questo può apparire sconcertante solo sulla base di una equivocante semplificazione che attribuisce univocamente il sentimento alla poesia e la razionalità alla filosofia quando invece il poema filosofico ha saputo congiungere sin dalle origini il logos con la poiesis, etimologicamente il fare dal nulla, quindi la creazione. L’ispirazione poetica ha felicemente coabitato con tematiche filosofiche, basti pensare ai primi filosofi naturalisti, a Lucrezio, ai preromantici tedeschi, Novalis, Hölderlin e Schiller tra i tanti o al nostro Leopardi. ” Ogni meditante pensare è poetare, ogni poetare è un pensare”. Con questo icastico aforisma Martin Heidegger riaffermava la co-appartenenza di pensare e poetare ricomponendo ad unità la manichea dicotomia tra sentimento e ragione. Ma per quali motivi il nostro autore ha scelto di adottare il doppio registro linguistico della poesia e della prosa? “Il componimento poetico è sgorgato dall’intimo dell’anima mia in maniera del tutto spontanea e quasi involontaria. Le parole e i pensieri fluivano e io ero, per così dire, costretto a prenderne nota... i momenti dell’ispirazione e dell’intuizione si sono alternati con quelli nei quali sentivo il bisogno di operare meditati interventi, in modo che la parola scritta divenisse espressione chiara e fedele dei contenuti interiori che andavano emergendo dall’intimo della mia anima... sin dal primo sgorgare dei versi è sorta in me l’esigenza e l’urgenza di chiarire meglio a me stesso i contenuti che essi andavano esprimendo... è successo allora che, accanto ai versi, hanno cominciato a prender forma e vedere la luce queste note di commento... in seguito, man mano che questo materiale si accumulava, è maturato nella mia mente il progetto di ricomporlo in un disegno organico....”. Singolare questo passaggio dall’io ‘narrante’ all’io ‘commentante’, dal recensito al recensore, dal significato al significante, un’operazione rarissima in letteratura e alquanto azzardata che solo pochi credo abbiano sperimentato e tra costoro Pier Paolo Pasolini nell’ultimo e poco conosciuto dei suoi romanzi “Petrolio” rimasto peraltro incompiuto e da lui stesso definito “metanarrativo e antinarrativo... un libro che è una specie di summa di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie.... è un romanzo ma non è scritto come sono scritti i romanzi veri, la sua lingua è quella che si adopera per la saggistica e per certi articoli giornalistici, per le recensioni, per le lettere private o anche per la poesia”. Ritornando a “Colomba”, ritengo che la valenza dominante di questa bella opera consista, a un primo sguardo, nell’avere messo in atto una personale strategia di sopravvivenza attraverso una auto-terapia che non può prescindere dal libero fluire delle emozioni, dei ricordi e dalla produzione spontanea della immaginazione creatrice e che, solo in un secondo tempo, lo scrittore ravvisi l’esigenza di consolidare e formalizzare il fluido magma in costruzioni di senso compiuto ponendo in essere una dialettica di “dionisiaco” e “apollineo” in senso nietzscheano, tra contenuto e forma, tra ispirazione e linguaggio, tra poesia e prosa per potersi riappropriare consapevolmente del contenuto che la poiesis aveva inconsciamente emanato. Ma non è solo guarire e salvare sé stesso la motivazione decisiva che ha potuto costringere Aurelio ad anni di certosino e impegnativo lavoro, a monodirezionare la sua esistenza, ad autocentrarsi su di sé, ma qualcosa di più connaturato al suo proprio essere e della quale non è forse pienamente consapevole. A un secondo, più approfondito sguardo, credo di potere concludere con assoluta e incontrovertibile convinzione che “Colomba” sia, per chiunque vorrà leggerlo, un meraviglioso dono di un “dispensatore d’amore” che si era erroneamente convinto di essere un “mendicante d’amore”. Palermo 14 febbraio 2020 Renzo PintuS
L’autore
Aurelio Sciré vive ad Enna ormai da molti anni e in questo piccolo “baricentro” della Sicilia ha visto la luce quest’unico suo scritto che potrebbe essere identificato come il suo testamento spirituale. Nato a Militello in val di Catania, da giovane, nel corso degli anni sessanta del secolo scorso, ha vissuto a Catania dove ha conseguito il diploma di maturità classica presso il “Liceo ginnasio Nicola Spedalieri” e la laurea in Giurisprudenza. Nel corso di quegli anni ha partecipato alle attività e alle iniziative di “Gioventù Studentesca”, un’organizzazione di matrice cattolica attiva in quegli anni tra gli studenti delle scuole medie superiori, e a quelle analoghe della contigua sede catanese della FUCI. Alla fine degli anni sessanta è iniziata la sua attività lavorativa come “operatore culturale”, dapprima ad Agrigento e poi ad Enna, presso i “Centri Servizi Culturali” istituiti in quelle città dalla Cassa per il Mezzogiorno nella seconda metà degli anni sessanta. Nel corso dei successivi anni settanta, in concomitanza con la sua attività lavorativa, ha preso parte alla contestazione operaia e studentesca come militante dell’organizzazione extra-parlamentare “Lotta Continua”. Ad Enna infine si è conclusa la sua esperienza lavorativa come funzionario presso la locale Biblioteca Comunale. I suoi interessi spaziano dalla filosofia alla letteratura, dalla sociologia all’antropologia e alla politica, dalla psicologia del profondo alla psicoanalisi e all’antipsichiatria. Si è dedicato a molteplici ricerche sul terreno della spiritualità vivendo un profondo e proficuo rapporto con il “contattista” Eugenio Siragusa. Eugenio, incontrato dall’autore nell’ottobre dell’82, è stato il punto di riferimento essenziale del suo itinerario spirituale.
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