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Autore: Paolo Piccardo
Copertina: Studio Maurizio Vetri
Formato:15x21 cm
brossura 106 pagg.
isbn 979-12-81306- 45-5
Prima edizione: novembre 2025
cat. 167
Prefazione Cristalli lamellari di aragonite. Bellezza e resistenza: la madreperla. Come il titolo della raccolta poetica di Paolo Piccardo, genovese che ama definirsi marinaio di bosco. Un fotografo dell’anima e dei suoi moti – invisibili, latenti e con tutti i dirompenti, inevitabili, effetti sui casi del nostro esistere e agire – e un esploratore di sentimenti e di emozioni, un navigatore nel profondo – sembra un caso, ma, se togliamo una o al suo cognome, avremo Piccard, come Auguste e Jacques, celeberrimi viaggiatori nelle supreme altezze e nelle massime profondità. Proprio quel che fa con i suoi versi Paolo. Un pellegrino lungo il sacro itinerario dei giorni, viandante nell’ineffabile, imperscrutabile e ineluttabile corso di eventi e accadimenti. Senza fatalismo né rassegnazione e con un impagabile e raro senso di vicinanza alle cose del mondo, ai propri simili. È aduso Paolo Piccardo, docente universitario di metallurgia, uomo di musica e di teatro, sensibilissima e colta voce radiofonica, camminante curioso ed empatico, a rimescolare gli elementi, fra cui le parole, così astratte così concrete, così aeree, lievi e, nel contempo, con un incoercibile peso. È un crimine potente/ la parola non esiste/ è caduta come il resto/ senza avere ancora un nome// Tra apparire e scomparire/ strisciava oltre le labbra/ si posava sul balcone/ come un sole/ che non vuole/ ma tramonta// era bella// sul balcone// tra apparire e scomparire// sublimata in fumo bianco/ sale in testa. La parola e il suo potere: dannazione e balsamo, incipit e sigillo, mascheramento e disvelamento, rivelazione, catarsi. Proprio quel che è la parola poetica nel suo svolgersi arcano e pure tanto diretto, nell’emozionale poietico (potenza dell’etimo!) che se ne libera. Sono presenti nel corpus dell’opera autentici canti, piccoli poemi, come la già citata Madreperla, esposta prima in versione francese: del resto la Liguria è terra di confine, fra terra e acqua, monti e mare, proiettata dentro e oltre. Ché poi i confini sono una condizione dell’essere, fatti tuttavia non per delimitare, bensì per essere valicati, oltrepassati, in un afflato, in un anelito all’infinito, nonostante la forza di gravità paia implacabilmente avvincerci e legarci alla faticosa terra – e i confini peraltro sono ben diversi dai limiti. I confini sono uno stato psichico (o dello spirito, se volete), ma si spostano sempre, come l’indefinibile orizzonte, e sono una scelta ardua con cui confrontarsi nell’ampio contesto sociale, un abbandono alle rotte impreviste dei giorni, che conducono nel fondo di sé, nell’altrove insondato nell’altrove da setacciare, nelle micropieghe dell’insvelabile mistero e nella ricerca comunque di un senso al nostro andare. la meta è speranza/malgrado l’assenza E generosa è la poesia di Paolo. Lui, uomo dedito alla conoscenza e alla trasmissione del sapere, creativo multiforme e versatile, non si risparmia: perennemente in cerca (una specie di dinamico vitruviano), lo sguardo verso la sterminata distesa marina e quel che essa cela, i suoi segreti e meraviglie, e verso la verzura che circonda l’amatissima Genova, la città dove il mondo si riunisce, nella storia di gente speciale, là dove rimbalzano sonorità d’ogni loco. E l’amore? Una splendida nostalgica sognante terra di mezzo, dove tutto è possibile, un soave e bruciante onirico di pelli e labbra e desideri, come nella splendida Malinconia o… “… ti sia rabdomante il battito del cuore/ nell’incavo del collo/ troverai ristoro/ il senno perderai/ e il sonno/ sull’ambra delle labbra,/ nelle palpebre socchiuse/ solcherai onde che tempestano/ con vele spiegate/ per calmare il turbinare dei pensieri,// come uomo nella botte/ sfida la cascata dei capelli/ inébriati nel vuoto/ e cadi per riprendere il cammino/ al fine della linea della schiena/ incontra i lombi/ ti sia questo traccia del ritorno/ e scendi e cerca ancora,/ cerca il modo per viaggiare,/ ancora,/ ramingo, errante,/ ancora,/ incerto,/ ancora,/ migrante del corpo/ e scava dove saprai scavare/ fino a trovare il senso del viaggio// non abbandonare mai,/ giungerai/ dove colei che sono si mostra senza/ e nonostante questo con/ sostanza materiale,// allora, forse, accetterò,/ rifaremo assieme il percorso,/ il tuo scoprire sarà mio/ ciò che avrai visto/ l’avrò visto anch’io/ questa terra incognita/ non ci dia pace” Perdonate la lunga citazione, ma si tratta di versi magnifici, fulminanti. La linea di Eros, nel suo più ampio significato, quel che dà senso (cosmico) a ciò che siamo, a chi siamo. A chi siamo con… non appartengo/ ma sono parte il poeta ben scrive del resto. Noi come resina d’ambra,/ tomba e vetrina di tracce/ lasciate all’alba/ quando tutto/ ancora/ non era. Non può mancare la riflessione sul destino della specie, alfa e omega di contraddizioni e potenzialità… Siamo animali/ in cerca di casa/ accaldati/ sfiancati/ in attesa della fermata […] Noi,/ misto di linee genetiche,/ invademmo la storia/ le fosse comuni// Su questa vettura maracas/ i continenti si frullano/ se uscisse di qui/ un estratto di sangue/ non avrebbe confini/ sarebbe un succo/ al gusto di umano. Né manca la vista sul sociale e i suoi guasti e derive, con una compassione, sentimento, ahinoi, perduto nella sua migliore accezione… Ho visto un uomo/ vivere al bordo del parco/ vicino alla strada/ la panchina era il letto/ corridoio/ il marciapiede/ salotto e soggiorno/ l’erba e l’aiuola// magnanimo/ con noi cittadini/ concedeva il passaggio/ tra coperte/ macchiate di vita/ e scarpe aperte/ respirava a fatica/ dormendo su un fianco/ ricco/ come un povero/ che non perde/ la luce del giorno/ e nemmeno/ la mutevole luna. E un sentimento panico talora soavemente ci invade… Immerso/ tra ondose fronde/ invece che cercare/ ho accettato/ la sorte// annegato/ nel canto vibrante/ di voci non mie// dissolto// i miei atomi/ hanno cantato con loro […] come tutte le cose non viste/ capaci di esistere/ nonostante l’assenza di scopo// inutili/ […] Non siamo nulla/ a nulla serviamo/ la meraviglia è accettarlo// lasciarsi/ andare. Non vi è nulla di retorico, non accenti di vieto simbolismo-naturalismo, semmai una bellissima eco de La pioggia nel pineto, in qualche maniera “ribaltata”, in cui la dissoluzione, grazie alla sapiente scienza delle pause, diviene dolce fusione e dal caos annichilente nasce un’invincibile armonia… pour avancer dans l’inconnu. E lasciamoci andare alla sonorità de… L’incertitude est liberté/ comme la marée/ dont prévoir la monté/ est apprendre à survivre… o la pazienza diventa pensiero/ senza una meta,/ il fuoco raggiunge luoghi impensati/ se dentro si espande. Dal nastro di Moebius, dalla sua inconoscibile ragione o irrazionale certezza e materia, a Il silenzio si dice/ con poche parole/ a volte/ anche meno… Ci si potesse sedere/ sul bordo del buco nero/ con l’orizzonte degli eventi/ che scompare… Prego per un miracolo/ essere innesco/ pietra focaia/ di ferro e sangue/ per incendiare/ di fuoco alchemico/ tutte le cose. Ed è bello perdersi nel gioco di estrapolazione dei versi dalle implicazioni più disparate … come può essere che macerie siano diventate casa? […] imparerai a prendere coscienza/ che anche un sasso ha memoria/ e non ci vuole tanto per farne pietra d’angolo/ e non ci vuole tanto per morire// per morire basta vivere,/ e quello costa caro/ più di quanto pensi si possa contare, […] e Caronte incontrerai/ nella faccia atona altrui. Perché noi siamo… Lanterne magiche/ mosse dal vento/ diamo corda alla ruota/ che giri/ e ci dia emozioni. Illusi? Forse, ma anche capaci di palingenesi e “renovatio”. Illesi? Mai, eppure indicibilmente qui e ora, e prima e dopo, grazie alla scintilla che ci dona il respiro, il soffio, ἀρχή-archè e pneuma. Grazie alla poesia che vivifica e ponendo domande salva, tramonto e alba, luce che spezza le tenebre, imbuto da cui goccia l’eterno. Alberto Figliolia ---------------------------------------------------- Postfazione Una silloge tutta da “respirare”, quella di Paolo Piccardo che presenta la sua opera prima dal titolo evocativo: “Madreperla”. Con quest’opera, Paolo Piccardo, ci accompagna nei riflessi iridescenti e cangianti del mondo visionario e atemporale che pervade tutta la silloge. Un percorso che non perde mai di vista il senso umano, un punto d’osservazione intimista da cui emerge una ricchezza interiore sostenuta da un linguaggio ed uno stile lineare che rivela, a tratti, una velata malinconia che, però, non si arrende alla passività. L’opera sonda le profondità dell’esistenza umana, esplorando temi come la paura, la mortalità, l’identità e la relazione tra l’individuo e il mondo. Attraverso l’utilizzo dell’anafora, Piccardo con parole vibranti si abbandona al destino e al tempo che passa La sua voce poetica esprime sì, una profonda paura della morte e della perdita di sé, ma anche una fascinazione per la trasformazione e la rinascita. La struttura della poesia è caratterizzata da uno “Stream of consciousness”, con immagini e metafore che si susseguono in un ritmo incalzante, riflettendo lo stato d’animo del soggetto. L’Anafora, in alcuni componimenti, crea un senso di urgenza e di disperazione, mentre la giustapposizione di immagini contrastanti sottolinea la complessità dei sentimenti espressi. La relazione tra l’individuo e il mondo è un altro tema centrale, con la voce poetica che si interroga sulla propria identità e sul proprio posto nel mondo. Lungo il suo cammino tra i vari componimenti l’autore esplora le profondità dell’esperienza umana, con tutte le sue paure, le sue incertezze e le sue trasformazioni. Tutta l’opera invita il lettore a riflettere sulla propria esistenza e sulla propria relazione con il mondo. A tratti, da alcune poesie si percepisce una suggestione di nostalgia e tenerezza che evoca un ricordo che si fonde con la magia del sogno. L’atmosfera è sospesa e la figura femminile misteriosa che emerge sembra essere una presenza guida, che porta il narratore a rivivere un momento di gioia pura. I vari temi trattati, anche quelli della libertà e dell’amore, lasciando il lettore con un senso di malinconia e desiderio che si esprime nel sogno. La natura viva e vibrante fa da sfondo a questo incontro onirico, sottolineando la bellezza dell’attimo. Il lettore è invitato a perdersi in questo mondo, dove il tempo sembra essersi fermato. La tenerezza e la semplicità dei gesti creano un’emozione profonda e duratura. Altro obiettivo che emerge evidente, da questa silloge, è la consapevole volontà di sondare la condizione esistenziale dell’individuo, invitandolo a fermarsi e ascoltare il silenzio che lo circonda. L’atmosfera di alcune poesie è caratterizzata da una Stimmung meditativa, che si traduce in una riflessione sulla natura effimera della vita e sulla labilità dei confini tra realtà e finzione. La parola poetica si fa strada attraverso un linguaggio essenziale e icastico, che evoca la precarietà dell’esistenza e la necessità di trovare significato nel presente. La ripetizione crea un senso di insistenza e di urgenza, sottolineando l’importanza di arrestare il flusso del tempo per ascoltare e riflettere. Il momento conclusivo della silloge, rappresentato dalla poesia “Preghiera” diventa la perfetta sintesi della riflessione esistenziale e filosofica e raggiunge un livello di profonda critica e disillusione. Il linguaggio, denso ed allusivo, si fa dichiarativo e il poeta esprime la sua sfiducia nella divinità e nella possibilità di trovare senso in un mondo apparentemente retto dalla paura e dalla violenza. La rappresentazione della lotta tra dubbi e certezze, si traduce in una denuncia della manipolazione e della strumentalizzazione della fede. Il tono è quello di una requisitoria, che attinge a piene mani dalla tradizione biblica e mitologica per criticare la rappresentazione della divinità come entità violenta e arbitraria. La conclusione, con la sua invocazione a un “miracolo” che possa incendiare il mondo, suggerisce una speranza di rinascita e di trasformazione, ma anche una consapevolezza della complessità e della problematicità dell’esistenza. In questo senso, il componimento finale è la perfetta conclusione del viaggio, attraverso la riflessione sull’Esistere, in cui il poeta ci ha, magistralmente, condotto. Laura Barone
L’autore
Paolo Piccardo, genovese e, forse per questo, con una radice profonda nella terra aspra e boscosa e le vele sempre pronte per conoscere ciò che nasconde il mare, cresce tra mondo rurale, città, cultura classica e scienza. Lavora presso l’Università di Genova dove detiene la cattedra di metallurgia e si dedica con curiosità e desiderio di imparare alla docenza e alla ricerca dove trova difficile fissare un confine tra i vari aspetti della conoscenza. Anima eventi culturali legati al coinvolgimento nella scrittura, nella lettura e nella condivisione. Nel corso degli anni ha creato eventi e rassegne cinematografiche e, da alcuni anni, coordina i lavori della web radio di ateneo.
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